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L’OPINIONE GIUSEPPE LAPERCHIA*

«La scuola che verrà»: non ce n’è bisogno

CdT 23.6.2018

 

«La scuola che verrà» è un documento che, come annuncia il titolo, si auto-promuove auto-coniugandosi «profeticamente» al futuro. Forse perché gli autori erano per primi consapevoli dell’indifferenza con cui il loro testo sarebbe stato accolto. Nella prefazione si parla di «buone idee e innovazioni che vengono dal basso». Ma la verità è che esse per un verso sono ritenute buone a prescindere e, per l’altro, sono invece proprio calate dall’alto. Munite del marchio di quell’ortodossia psico-pedagogistica che da tempo domina la nostra scuola con la pretesa di pensiero unico in sostanza insindacabile, come è tipico di ogni ideologia. Mentre non pare proprio che il documento sia stato salutato da un consenso dal basso davvero significativo, da una partecipazione davvero sentita. Oggi inoltre è pure in crisi l’assemblearismo di tradizione sessantottina che una volta costituiva l’ambito di gestazione di consensi del genere. La lettura del documento risulta infine non poco indigesta, anche a causa di una prosa invariabilmente spenta quanto i contenuti e non in grado perciò di accendere un qualche vero interesse.
 

Né si capisce perché mai una lettura del genere dovrebbe appassionare un docente dal momento che riguarda un testo in cui egli viene condannato a irrilevanza professionale e individuale. Viene declassato a docente accompagnatore o a co-docente. Come già venti anni fa la direzione d’istituto venne declassata a direzione che co-gestisce e la figura del direttore a direttore mediatore. Destituendo queste funzioni di ogni autorità e istituzionalizzando così quella confusione dei ruoli che, per non citare tante altre gravi conseguenze, rende impossibile ogni attribuzione o addebito di responsabilità (individuale). La passione può derivare al docente solo dall’interesse per la propria professione. E dunque dall’interesse per la disciplina o le discipline che egli ha scelto d’insegnare. Ora, documenti del genere costituiscono la testimonianza di come egli ha dovuto rinunciare alla sua professione naturale, alla sua missione originaria. Per vedersi depistato in una condizione a cui non gli può riuscire di appassionarsi perché vi si sente del tutto etero-diretto. Una condizione indeterminata, in cui, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, egli, «oberato dai compiti più diversi, non riesce più a identificare il proprio vero ruolo mentre avverte comunque di non essere più il centro motore dell’istituzione scolastica». Di conseguenza «egli perde così il senso di sé e del suo lavoro». Senza dimenticare che con il ruolo del docente sono stati emarginati il sapere, la cultura nonché la funzione d’ineguagliabile efficacia svolta anche sul piano educativo dall’insegnamento in quanto tale. Questo deplorevole processo subì un’accelerazione sempre vent’anni fa. Quando al docente fu imposto di «riconoscersi come insegnante in una intenzione comune e orientata». Di immolare cioè la propria autonomia professionale e individuale a una istanza collettivistica. Che sa tanto di appello a una mistica militanza di stampo ideologico.

Istanza ripresa nella prefazione del nostro documento con la frase seguente: «Gli allievi devono poter crescere insieme». Scritta con l’evidente intento di evocare analoghe espressioni del passato. Come «dialogo in comune e crescita in comune» oppure «accettare di agire insieme, di utilizzare in comune la diversità e la complementarità reciproca». O addirittura «ri- flessione collettiva». Espressioni tutte che, a non volerle intendere in senso mistico-collettivistico, si riducono a umoristiche contraddizioni in termini. Ed è pura illusione, partendo da simili premesse collettivistiche, pensare di poter favorire negli alunni anche la crescita sul piano individuale, come pure nella Prefazione subito dopo è detto di prefiggersi. È un puro controsenso, per esempio, pensare di contribuire allo sviluppo del loro spirito critico sottraendoli a ogni giudizio di merito. Procedendo, come si prevede nel documento, anche «all’abolizione della licenza elementare, dei livelli, ecc.», ultimi residui scampoli di meritocrazia nella scuola dell’obbligo. O esigendo per decreto «il raggiungimento delle competenze relative a ogni disciplina da parte di tutti gli allievi».

* docente

Meno Stato

PERCHE’ NÜM A PAGUM TROPP!  
 

Da anni, lo Stato incassa più soldi ma non ha abbassato le imposte ai contribuenti. Per questo, AreaLiberale e UDC presentano 11 iniziative parlamentari per alleggerire il peso da portare a chi paga le tasse in Ticino:
 
- meno tasse per il ceto medio (alto e basso)
- meno tasse sulla sostanza
- abbassare il valore locativo per anziani e piccoli proprietari
- favorire le successioni aziendali
- meno tasse sull’utile per le aziende
- più deduzioni per chi fa donazioni a enti di pubblica utilità privati
- deduzioni sociali solo per figli in Svizzera

e altro ancora.
 
Il comunicato stampa
La presentazione ai media con le diapositive
Lista delle singole iniziative (i titoli/temi)
Tutte le iniziative (testi integrali) 

Guarda il servizio RSI del 4.5.2018
Guarda il servizio Teleticino del 4.5.2018
 
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