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Intervento in Gran Consiglio. Prima i nostri.
Prima i nostri. Ma quale mercato? Ma quale  domanda e offerta di lavoro?
Da nessuna parte sta scritto che il Popolo prima di votare debba essere: un professore di diritto, un esperto di trattati internazionali, un ricercatore economico. Il Popolo si esprime per quello che sente, che percepisce e che interpreta.
Certamente lo può fare con pregiudizi, parzialità, istintività e approssimazione. Condizioni queste che però non inficiano minimamente il valore o il peso del risultato del suo voto. E’ importante sempre sottolineare che i voti si contano e non si pesano; in particolare nel nostro sistema di diritti popolari diretti che tutti ci invidiano. Dico questo perché ciò che il Popolo ha votato democraticamente, tocca, senza se e senza ma, a noi legislatori tradurlo in regola. Difficile, si certo, complicato, di sicuro, ma non sono alibi democratici sostenibili e granitici per non ubbidire alla volontà popolare.  
Per la prima volta dagli anni ’70, dopo una lunga crescita ticinese, la generazione di chi entra nel mercato del lavoro non sa quando e quanto potrà starci; chi sta studiando non capisce bene perché deve impegnarsi non vedendo orizzonti con un minimo di punti fissi. O non essendo stato educato a intravvederli o non essendo pronto per fare il nomade.  Metter su famiglia e fare figli poi è un atto eroico…
La percezione del tempo e del futuro lavorativo, da parte dei giovani è stravolta. Noi sapevamo che bastava impegnarsi e che avremmo trovato un posto, che avremmo avuto un salario in costante aumento negli anni, e che se il lavoro non ci piaceva più, avremmo potuto facilmente cambiarlo; capivamo senza studi e statistiche che l’economia cresceva e offriva molte opportunità, il merito corrispondeva all’impegno e viceversa. I miei figli, come molti altri giovani, oggettivamente  non hanno questo orizzonte e sostituirlo con qualcosa di altrettanto attrattivo non è uno scherzo.
Come non spegnere il desiderio dei giovani e non subire il disfattismo degli adulti?
Questo è il problema numero uno da risolvere che è prodotto dal mercato del lavoro saccheggiato.
Un mercato, qualsiasi mercato, necessità di alcune condizioni assolute e non sindacabili per funzionare: la fiducia tra gli attori, il rispetto dei valori reciprochi, una concorrenza leale, regole del gioco imparziali e chiare, il controllo e le sanzioni in caso di non rispetto delle regole, condizioni di accesso eque e non discriminatorie, il rispetto delle condizioni locali.  Il mercato del lavoro ticinese è saccheggiato perché queste condizioni non sussistono più  totalmente o parzialmente.
 
Cosa farebbe la Lombardia (e l’Italia) se ogni mattina ci fossero 120 milioni di lavoratori ticinesi pronti ad occupare i suoi 6 milioni di posti di lavoro? Cosa farebbe questa Regione se i suoi lavoratori fossero costretti, per mantenere il posto, ad accettare salari del 30% fino al 50% inferiori rispetto a quelli da loro percepiti fino alla sera prima?
Non sono numeri inventati, sono numeri arrotondati per dimostrare ciò che avviene in Ticino, ma visto da sud. Gli effetti sono in certi settori dirompenti, nel terziario e nei settori in cui la nostra disoccupazione galoppa e la preparazione dei nostri giovani è adatta crea frustrazione, rabbia, sfiducia e povertà.
I frontalieri, come tutti, hanno il diritto di migliorare la loro condizione umana, ma simmetricamente una regione, un Paese e una Repubblica come il Ticino ha il dovere di tutelare il benessere, la prosperità e il lavoro sul suo territorio. Il problema lasciato a sé stesso (laissez faire dei bilaterali) ci porta alla rovina. Non esiste una legge di mercato in grado di trovare da sola il punto di incontro tra domanda e offerta, quando le condizioni di partenza per permettere alla concorrenza di giocare sono assolutamente sproporzionate.
Ammettiamo finalmente che su quel che resta del mercato del lavoro ticinese si sta svolgendo una partita di calcio assurda.
In una partita di calcio se ci fossero 11 giocatori da una parte e 220 giocatori dall’altra non diremmo che il match si svolge secondo le leggi della concorrenza e che vinca il migliore. La proporzione che per 1 posto di lavoro in Ticino ci siano 1 ticinese contro 20 lombardi disposti a lavorare fino a 1/3 del salario è realtà, la stessa dell’esempio della partita.
Una volta chi voleva assumere uno straniero doveva prima chiedere il permesso di lavoro e poi sottoscrivere il contratto, oggi (da dopo i bilaterali) ci vuole un contratto di lavoro sottoscritto per ottenere il permesso di lavoro; non è una piccola differenza nella dinamica della domanda e dell’offerta.
La disoccupazione non è un blocco monolitico. Tra i disoccupati ci sono certamente dei lazzaroni, penso sia una minoranza, il sistema generoso gli permette di esserlo,  hanno capito perfettamente  che il non lavorare dal punto di vista materiale e utilitaristico, in un orizzonte vuoto, non è molto diverso dal lavorare. E che il tirare avanti di giorno in giorno è cultura e non più deviazione. Questa categoria lasciamola stare ha poco a che fare con il mercato del lavoro. Un numero in crescita potrebbe lavorare ma non hanno (più) o non le hanno mai avute le giuste caratteristiche e qui occorre aiutarli, prepararli a ridurre questo svantaggio. Gli altri ancora, e non sono certo pochi, hanno tutto il necessario ma sono sostituiti da chi costa meno. Sono 3 categorie grezze, ma ci devono obbligare a trattare il fenomeno disoccupazione in modo diverso anziché come una massa uniforme di cercatori di impiego. Se poi li suddividiamo per settore economico si scoprono magari vie di soluzione interessanti. La disoccupazione non è un fenomeno di massa, ma un fenomeno personale e individuale dove solo la singola persona messa in condizione di lavorare conta, non le statistiche e le sue variazioni mensili e stagionali.
Sull’altro fronte, nemmeno il mondo delle aziende è monolitico. Non si possono definire tutte buone o tutte cattive. Tra i datori di lavoro c’è chi, ed è la maggioranza, è serio, fa fatica, investe e acquista in Ticino, rinuncia agli utili per reinvestirli in azienda, fa sacrifici per non licenziare e fa di tutto per assumere domiciliati ticinesi. Poi ci sono i loro concorrenti  locali che fanno esattamente il contrario. E poi ci sono quelli, senza radici e legami locali, che hanno capito che sfruttare la frontiera come differenziale  per approvvigionarsi in sotto forniture e lavoratori italiani è di gran lunga la mossa competitiva più interessante. Più interessante e meno costosa che investire in innovazione, in formazione, in marketing, in ottimizzazione. Poi ci sono quelli che essere in Ticino o altrove fa lo stesso, come fa lo stesso quanto rimanerci, devono rispondere con i numeri a CFO (contabili) anonimi piazzati a migliaia di km da qui, e che magari non sanno la differenza tra Svizzera e  Svezia. Sono, queste, le  categorie di lavoratori, di disoccupati e di datori di lavoro tutte presenti sul nostro territorio, sono quindi fatti concreti e reali e non statistiche opinabili.
 
Qualcosa che non quadra ci sarà pure, se un padre e una madre di famiglia che lavorano entrambi con un salario medio, il loro potere d’acquisto è inferiore a quello di un solo salario di 30 anni fa. Attenzione ! la causa non sono i salari nominali e reali che sono sempre cresciuti a non quadrare; ma l’inarrestabile aumento della quota  di imposte, tasse, balzelli assicurazioni obbligatorie, costi cartellari, prezzi statalizzati che su 100 franchi se ne portano via 75, lasciandoci la libertà di spenderne come vogliamo solo 25.
 
Che dire poi degli effetti perversi  dello stato sociale e dei suoi soldi, dove è ormai evidente che  quel freno naturale a non oltrepassare certi limiti non scritti del vivere correttamente e solidalmente in una comunità sono saltati. Per troppi  andare a timbrare e incassare la disoccupazione  è cosa normale e dovuta (hanno diritto anche alle vacanze!) come rispettivamente per  parecchi imprenditori  licenziare è diventato troppo banale, comodo e vantaggioso.
Diciamocelo. Dal 2004, dai bilaterali in avanti, una certa economia ha fallito nel gestire la sua grande  libertà, le categorie padronali e sindacali hanno lasciato correre per troppo tempo, ma soprattutto una certa politica ha altrettanto fallito nel non prevederne gli abusi e minimizzarne i risvolti negativi.
 
I fatti o si affrontano o si negano, oggi invece per i contrari a Prima i nostri, sembra che se la realtà non corrisponde al modello ideologico del momento, allora non è il modello a dover essere rivisto, ma è la realtà che deve essere manipolata.
 
Alcuni affermano che i liberisti (come me) dovrebbero essere felici quando saltano le barriere. Invece è scorretto pensarlo, perché il mercato, il giusto prezzo, il giusto interesse, il giusto salario, la piena soddisfazione tra chi offre e chi domanda sono possibili solo se la concorrenza cioè la competizione può svolgersi nel rispetto delle forze in campo e delle regole imparziali. Anche nella boxe i pesi massimi non combattono contro i pesi piuma.
 
Non si capisce invece come i socialisti e gli statalisti nascosti in tutti i partiti, da sempre contrari alle libertà di mercato e favorevoli ad ogni genere di intervento dello Stato in economia, stranamente su questo campo, loro sono ultraliberisti: dentro tutti che poi le cose si aggiustano.
 
Un qualche sospetto viene. Forse la distruzione del mercato indigeno del lavoro è la premessa e va favorita o accelerata affinché la costruzione di un sistema pianificato e centralista del lavoro possa prendere avvio? O forse torna di moda, per fini terzi, il tanto peggio, tanto meglio?
 
Da ultimo sui fenomeni migratori che determineranno la politica del prossimo decennio; non possiamo mettere a posto noi la Siria, l’Iraq o il nord Africa, i campi profughi, certo che no. Ma possiamo certamente muoverci nel nostro piccolo, diversamente e meglio di quello che abbiamo fatto finora con l’Italia e Berna per i problemi di esclusione dei ticinesi dal mercato del lavoro locale, e per l’inclusione di quei lavoratori stranieri di cui abbiamo bisogno.  Lo ricordiamo non è un mercato dlele merci, quello del lavoro; è molto più complesso e significativo per i risvolti umani che genera.
Ma proprio per questa ragione non possiamo far finta che sia un mercato omogeneo. Intanto è diviso drasticamente da un frontiera di Stato, la quale fa in modo che da una parte e dall’altra del confine le condizioni economiche, sociali, demografiche  e politiche siano molto diverse.
Condizioni queste, che non mettono sul piede di parità i lavoratori né nella buona né nella cattiva sorte. Esempio concreto: un lavoratore residente a parità di salario medio e di funzione uguale a quella di un frontaliere,  fa fatica a starci dentro a fine mese; il suo collega di lavoro frontaliere invece mette via dei risparmi o può spendere per il lusso.  Non perché riceve di più per il merito o perché è più bravo o qualificato, sarebbe comprensibile; no, semplicemente perché è l’effetto di guadagnare di qua e vivere appena di là.
E’ incomprensibile per noi che siamo fautori del merito, delle legittime differenze dover costatare come i fautori della giustizia ridistributiva, della parità del potere d’acquisto, della solidarietà tra lavoratori; in questo caso si fanno promotori, difensori e i continuatori di una crassa ingiustizia reddituale legalizzata.
 
Per queste ragioni riteniamo che ci voglia una correzione, non del mercato, ma degli usi e dei  costumi di chi lo popola; siamo coscienti, introduciamo qualcosa di artificiale attraverso un intervento di Legge per cercare di raddrizzare alcune storture.
Non è un provvedimento che limita le libertà; al contrario va a tutelare e a proteggere quelle  condizioni essenziali  di base affinché la libertà economica possa continuare a svolgersi correttamente e in sana concorrenza.
Siccome si tratta di una Iniziativa generica, l’approviamo nel suo complesso.
Ci riserveremo a tempo debito,  per ciò che riguarda la proposta degli articoli del decreto per il testo conforme, di proporre che il processo riguardante i rinnovi dei permessi debba essere tolto da questa regolamentazione e risolto in modo più soft. 
Ricordiamoci. Per il potere legislativo, quello politico, si sono 2 punti cardinali per non perdere l’orientamento: la legalità ma anche la legittimità. Non sempre sono la stessa cosa, e non sempre, politicamente la prima è superiore alla seconda. Ma solo assieme fanno la nostra sovranità e la nostra indipendenza.
Appoggiamo senza dubbi l’Iniziativa e il rapporto di minoranza.
 
Sergio Morisoli, AreaLiberale, La destra


Pubblicato il 21.02.2018 17:38

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