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L'opacità dei prezzi pubblici
I conti pubblici, nella loro attuale impostazione, non permettono al cittadino di conoscere il costo effettivo di singoli beni, servizi e prestazioni dello stato. Una condizione essenziale per creare un legame diretto tra domanda e offerta pubblica è la trasparenza finanziaria tramite la pubblicazione dei costi reali delle prestazioni. 
Questa prassi, le etichette dei prezzi, è normale nell’economia privata, ma fatica ad affermarsi nel settore pubblico. Questo si spiega con la cultura politica e amministrativa vigente nell’ente pubblico: di fronte a una necessità, l’amministratore della cosa pubblica si chiede se ci sono i crediti per finanziare la risposta a quella necessità prima di domandarsi quanto costa e chi paga. In altre parole se sorge o viene attivata un’esigenza nuova, la prima operazione è procacciarsi i mezzi per soddisfarla anziché quella di valutarne i risvolti finanziari, l’effettiva priorità e l’economicità della risposta. L’introduzione di un vero e proprio calcolo dei costi, permetterebbe di superare l’illusione secondo cui tutto quanto è offerto dallo stato è gratuito, evidenziando in modo molto trasparente la stretta relazione tra i benefici visibili (bene, servizio, prestazione offerti al cittadino) e i costi invisibili (l’onere a carico dei contribuenti). Inoltre permetterebbe di individuare l’esistenza di eventuali contrasti tra benefici immediati e costi futuri. Qui sta il punto fondamentale dei “prezzi” politici o pubblici: il calcolo del costo di un servizio, di un bene o di una prestazione pubblici non dà ancora il prezzo di questi prodotti. A partire dal costo calcolato, lo stato potrà decidere sulla base di dati finanziari oggettivi, se produrre direttamente l’offerta, se delegarne la produzione a terzi per poi distribuirla, se cedere la produzione e la distribuzione in licenza a terzi o se mettere in concorrenza pubblico e privato nel soddisfare un determinato bisogno. L’associazione di un prezzo al costo è un processo che non può essere solo economico-finanziario. Vi sono alcuni beni e prestazioni pubbliche che non seguono la logica del mercato, molti “sì”, con i dovuti accorgimenti. All’autorità politica spetterà il diritto di stabilire prezzi che potranno essere pari al costo, superiori o inferiori, in funzione della “sensibilità politica”  del momento e della risposta alla domanda (merit goods). In assenza di un sistema di “prezzi” pubblici la dinamica secondo cui la crescita della spesa statale è sostanzialmente determinata dall’offerta e non dalla domanda, continuerà a rafforzarsi. Se al cittadino fosse invece data la possibilità di conoscere come le sue risorse incamerate dallo stato vanno a coprire i costi dell’offerta (listino prezzi) e se alla società civile fosse data una più ampia possibilità di produrre servizi pubblici a miglior prezzo o con una migliore qualità di quella statale, l’offerta sarebbe sostanzialmente diversa sia nei contenuti (prodotti), sia nei costi. Il miglior controllo della spesa pubblica sarebbe dato da una domanda maggiormente informata sui costi effettivi dei beni, dei servizi e delle prestazioni statali. Il sistema basato sui “prezzi” indurrebbe i cittadini a considerare con attenzione il rapporto costo/prestazione e ad esprimere scelte tramite il potere proprio della domanda. Questo cambiamento incentiverebbe la società civile a sviluppare risposte dirette alle domande sociali e offerte alternative a quella pubblica, tramite attività sia profit sia non profit.

Pubblicato il 15.02.2018 16:55

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