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No Billag - E' l'ora del sì critico
Se davvero l’iniziativa No Billag non verrà accolta il 4 marzo, allora è giunto il momento di gettare un sì critico nell’urna. Soprattutto da chi vuole che RSI cambi. Grazie ai sondaggi, gli indecisi sanno che con un sì non distruggeranno la RSI, bensì daranno un chiaro segnale. Personalmente vorrei la vera abolizione dell’ingiusto balzello radiotelevisivo, come ho pubblicamente sostenuto più volte in queste settimane. Il punto di questo articolo è ben differente: se sappiamo che l’iniziativa non passerà, il voto critico diventa centrale. In Svizzera il voto serve anche a manifestare e misurare le opinioni su un tema preciso. Ecco qualche motivo per votare sì all’iniziativa per chi ha a cuore che la RSI non diventi vittima di sé stessa.
Per rispetto dei contribuenti strizzati, serve una cura dimagrante. Lo ha promesso Doris Leuthard stessa, che ammette quanto SSR e RSI siano oggi sovradimensionate. Un sì nell’urna aiuterà la consigliera a mantenere la promessa. Per esempio, è normale che Teleticino produca informazione con budget irrisori rispetto al gigante di Comano? Basta confrontare il numero di giornalisti delle due emittenti che gironzolano alle Orsoline in occasione di ogni Gran Consiglio ticinese.
Negli anni passati, le cittadine ed i cittadini hanno già lanciato molti segnali critici sul servizio radiotelevisivo, in particolare i ticinesi che hanno bocciato il canone generalizzato obbligatorio nel 2015. Quella che dal 2019 addirittura sarà un’imposta federale illegale perché senza base costituzionale. Personalità come Tito Tettamanti si sono attivate già molti anni fa per promuovere in RSI un cambiamento e salvare per tempo la legittimità dell’azienda. Sono stati bellamente snobbati. Figuriamoci pertanto se il 4 marzo mancassero i sì critici di chi chiede a RSI di tirarsi insieme. Il voto critico è dovuto pure in risposta a due mesi di logorante campagna mediatica di una RSI autoreferenziale, che giocando sulla malinconia ha tirato fuori dal solaio momenti e personaggi del passato. Tutto ciò in manifesta violazione di un servizio pubblico di informazione equidistante tra le parti, in teoria proprio uno degli argomenti principi dei contrari. Se non fosse ancora chiaro, la campagna pro RSI spettava farla ai contrari all’iniziativa, non all’azienda di Stato “super partes”. Per non parlare dei ripetuti casi di moderatori dei dibattiti televisivi che intervenivano accanto ai veri ospiti in studio. Il materiale di voto è ormai già nelle nostre case, ma RSI è talmente presa da sé stessa che ha finora dimenticato di dibattere seriamente l’altro oggetto in votazione federale. Come se l’opportunità di abolire l’IVA e l’Imposta federale diretta fosse una cosuccia da poco, visto che il gettito delle due imposte è 40 volte quello del canone.
Il sì nell’urna è dovuto anche con il cuore rivolto alle migliaia di persone (e relative famiglie) licenziate negli ultimi anni nell’esercito, nelle dogane, nelle ferrovie, nelle poste, nei telefoni. Si tratta di posti statali e parastatali tanto quanto quelli in RSI, ma stranamente di serie B per i quali l’azienda non ha sentito la necessità di trasmettere bombardanti spot pubblicitari per ricordare ai telespettatori l’indotto economico generato sul territorio. Per non parlare della piazza finanziaria, ma addirittura degli stessi dipendenti RSI licenziati solo pochi anni fa con metodi lontani dalla cultura svizzera.
Pochi se ne sono accorti, ma serve un sì anche per dire a RSI di fare davvero l’emittente nazionale italofona e lasciare spazio alle emittenti locali per le notizie regionali. Oggi invece RSI le offusca nell’ora di punta con il Quotidiano e le cronache ticinesi. Ma non solo: cosa fa RSI per gli italofoni non ticinesi? In primis quelli grigionesi, di cui ci si ricorda solo negli ultimi mesi e quando fa comodo, ma in particolare gli italofoni di Oltre Gottardo, sistematicamente snobbati da Comano benché svizzeri di lingua italiana pure loro. In altre parole, serve un sì perché la partitocrazia ticinese ha fatto propria la RSI e la CORSI al punto da aver ridotto la Svizzera italiana al Ticino, che numericamente della prima rappresenta invece solo la metà. Pensando alle tante idee di cambiamento snobbate, si era proposto alla direzione di RSI di aprire alle redazioni dei quotidiani ticinesi delle finestre di informazione e approfondimento, stimolando così l’integrazione con la società civile. Lo stesso potrebbe avvenire con l’Università e altre istituzioni, così come già da tempo si fa con le trasmissioni religiose o con Eurovisione. Un sì il 4 marzo aiuterà RSI a non continuare a dimenticarsi di queste idee innovative.
Infine, il sì nell’urna va messo anche pensando ai tanti intellettuali di corte che gironzolano con il cappello in mano attorno al gigante, persone che non si fanno alcun problema morale a vivere mettendo le mani nelle tasche dei contribuenti anziché sforzarsi di cercare finanziamenti su base volontaria, siano questi nel mondo del non-profit (fondazioni, mecenati, lasciti) o meglio ancora grazie a spettatori paganti, come fanno tutti gli artisti di successo.
In definitiva, se è vero che i sondaggi danno No Billag bocciata, possono finalmente votare sì tutte le cittadine ed i cittadini che chiedono un vero cambiamento. Come tutti nel mondo reale siamo continuamente chiamati a fare.

Paolo Pamini
Comitato sì a No Billag


Pubblicato il 14.02.2018 16:45

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