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Con il salario minimo va evitato lo schock
Presto in Ticino potrebbero esserci dei salari minimi. Questo quanto chiedono verdi e socialisti con riferimento all’iniziativa popolare “Salviamo il lavoro in Ticino” e dopo la Decisione del Tribunale federale 2C_774/2014 del 21 luglio scorso su analoghi salari minimi a Neuchâtel. Se proprio va introdotto un salario minimo, si potrebbe valutare di farlo solo per i residenti e di scaglionare l’entrata in vigore su 10 anni.
I motivi sono molteplici e molto semplici. Tutti i lettori sono ben coscienti della differenza salariale tra il mercato del lavoro lombardo e quello ticinese, dell’ordine anche di alcune migliaia di franchi mensili. Ai più piace parlare di dumping salariale, benché i residenti italiani che lavorano in Ticino non svendano affatto il loro lavoro al di sotto dei salari italiani, bensì guadagnino più che a casa propria. In realtà si tratta di macroscopiche differenze tra due territori della stessa regione, principalmente legate alle pessime condizioni dell’economia e dello statalismo italiani. L’economista tedesco Hans-Werner Sinn (si vedano le sue presentazioni in YouTube) sottolinea che la produzione delle aziende manifatturiere italiane è oggi al 78% dei livelli di dieci anni fa. Un quarto delle imprese italiane è sparito dalla crisi del 2007, tanto che crescono i rancori contro l’UE e l’Euro. Tutto ciò a fronte di un crescente debito di uno Stato che non ha eseguito nessuna riforma malgrado i bassi tassi d’interesse. Pertanto, dire che i frontalieri pratichino dumping salariale sarebbe come affermare che gli hotel greci, spagnoli o italiani pratichino dumping verso i turisti svizzeri rispetto agli hotel ticinesi. Naturalmente, il mercato del lavoro ticinese vive la pressione di un tale disastro lombardo.
Cosa succederebbe se introducessimo un salario minimo (si parla di ca. 3'800 franchi al mese) per tutti, inclusi i frontalieri? Le esperienze in altri Paesi ci aiutano a fare qualche previsione. Poiché per il momento ancora un contratto di lavoro si conclude solo con il consenso delle due parti, nessun datore di lavoro assumerebbe chi non è capace a produrre almeno quella cifra più i relativi costi salariali (diciamo in totale almeno 4'500 franchi al mese). I primi a farne le spese sarebbero i giovani con cattiva formazione e senza esperienza, che saranno probabilmente spinti in un vortice di vari anni di precariato passando di stage in stage, proprio come avviene in molti Paesi europei. La concorrenza dei frontalieri non muterebbe, anzi queste persone farebbero ragionevolmente di tutto per riuscire a guadagnare quasi 4'000 Euro al mese. Se il prezzo è fisso, la concorrenza si sposta su altri piani; è ipotizzabile una sostituzione di frontalieri poco formati con connazionali con maggiore esperienza professionale o titoli di studio. Il problema è che tali nuovi frontalieri entrerebbero in diretta concorrenza con i residenti ticinesi che godono di una buona formazione tecnica (apprendistato e scuole professionali) se non universitaria. Oggi vi sono realtà ticinesi dove convivono frontalieri a basso salario nelle attività produttive e residenti a maggior salario in quelle di sviluppo e gestione. Domani per il salario minimo i primi potrebbero fare entrambe. Poiché le aziende dovranno far quadrare i conti, laddove possibile esse sostituiranno manodopera con la meccanizzazione, e altrimenti appiattiranno la progressione degli scatti salariali, alzando quelli dei frontalieri e abbassando quelli dei residenti per rispettare il salario minimo generalizzato. Per questi motivi, potrebbe essere ragionevole prevedere l’introduzione del salario minimo solo per i dipendenti residenti. D’altra parte, il testo dell’iniziativa parla di assicurare al dipendente un tenore di vita dignitoso. Come ha confermato il Tribunale federale, questi sono argomenti di natura sociale e non economica. Se questo è vero, va valutato come il salario minimo debba tenere conto delle manifeste differenze del costo della vita tra due parti del confine.
Si tenga conto che la Svizzera ha alti prezzi e salari perché la produttività del lavoro è molto alta, in primis grazie all’avanzata meccanizzazione. Forza lavoro a basso costo, come nelle zone di frontiera, rallenta l’innovazione e l’aumento della produttività del lavoro. Un problema dato dall’improvvisa introduzione di un salario minimo in Ticino è lo shock che questo causa sul tessuto economico, sia delle aziende sia del mercato del lavoro. Le aziende necessitano tempo per cambiare i propri processi produttivi (meccanizzandoli ed innovandoli, il che permetterà di finanziare maggiori salari come è successo da tempo in Svizzera tedesca). Le persone immancabilmente licenziate necessitano di tempo per riformarsi e trovare un nuovo lavoro in un contesto più difficile. Per creare certezza giuridica, per permettere alle persone e alle aziende di pianificare, e per dare tempo agli adattamenti, andrebbe valutata un’introduzione del salario minimo scaglionata su una decina d’anni. Ogni anno il salario minimo aumenterebbe del 10% dell’aumento totale, riducendo bruschi shock.
Chi scrive è dell’opinione che il salario minimo sia una misura dannosa ed illiberale. Il Tribunale federale ha tuttavia sentenziato che, all’interno di certi limiti, per motivi sociali questo possa trovare spazio anche in Svizzera. Se davvero lo si vuole introdurre in Ticino, andrebbe valutata un’applicazione solo ai residenti e scaglionata nel tempo.
Paolo Pamini
AreaLiberale ed Istituto Liberale


Pubblicato il 03.10.2017 10:48

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